lunedì 19 ottobre 2015

Fed e tassi di interesse: cosa ci aspetta nei prossimi mesi?


I membri del Federal Reserve Board of Governors solitamente non condividono le differenze di opinioni all’esterno dell’istituzione. Nel giorno 11 ottobre il vice presidente Stanley Fischer ha dichiarato in un’intervista a Lima che si aspetta una risalita repentina dei tassi della Fed nel finale del 2015, confermando dunque quanto dichiarato da Janet Yellen in settembre. Solo a due giorni di distanza, Lael Brainard e Daniel Tarullo, entrambi membri del board, hanno indicato come la Fed dovrebbe pazientare ad intervenire sui tassi poiché non sono ancora presenti chiari segnali di inflazione. Tale “conflitto” sulle prospettive mostra precisamente il dilemma che sta affrontando la Yellen: alzare i tassi nel breve termine con il rischio di soffocare una timida ripresa, oppure attendere fino al prossimo anno rischiando di veicolare un’inflazione “comandata”.
Il congresso ha dato alla Fed due precisi compiti: mantenere il tasso di inflazione prevedibile e il tasso di disoccupazione basso. Nel passato, come la disoccupazione aveva una direzione a ribasso, l’inflazione prendeva il percorso inverso puntando ad innalzarsi. Dalle stime della Fed, con un tasso di disoccupazione del 5,2% l’inflazione sembrerebbe essere sul suo percorso naturale. Doves puntualizza però come tale relazione non è sempre verificata. Esiste infatti un terzo argomento: la Fed non conosce approfonditamente come e quanto abbia funzionato l’ultimo programma espansivo degli ultimi 7 anni. E se questo è il presupposto, immaginiamo quanto complesso possa essere avere delle previsioni attendibili per i prossimi anni.
La Fed non può dire alle banche quanto e come prestare risorse. Invece, tale processo è misura di uno strumento che è controllabile: il tasso di interesse. Dal 2008, la Fed ha mantenuto i tassi di interesse a breve termine prossimi a zero e abbattuto quelli a lungo termine per effetto del “quantitative easing”. Questo ha richiesto che la banca centrale comprasse ingenti quantità di debito governativo americano a lungo termine. Con un tasso di interesse nel lungo periodo minore, si incoraggia l’acquisto di abitazioni e i diversi business ad indebitarsi per puntare ad una futura espansione.
Il fatto, registrato in questi anni, è che seppur il tasso di interesse sia basso, i prestiti non sono aumentati come ci si aspettava. Un problema di manovra o un problema di misurabilità degli effetti? Alcuni economisti non nascondono il proprio scetticismo “non siamo convinti che il QE possa sistemare tutto”, riporta MIchala Marcussen, direttore globale del dipartimento economico di Societé Generale.
“Noi abbiamo stime veramente ottime di come il quantitaative easing abbia avuto effetti sui tassi di interesse”, ha dichiarato Amir Sufi, un professore della University of Chicago Booth School of Business. “Noi non siamo in grado di tradurre tutto questo negli effetti sull’’economia reale”. Nel suo ultimo intervento a Basilea, Sufi ha segnalato alle banche centrali come sia urgente cambiare i modelli di analisi per poter interpretare le manovre di politica monetaria.
Nel 2012, Ben Bernake, il predecessore della Yellen, dichiarò agli economisti che le manovre della Fed hanno abbassato i tassi di interesse a lungo termine e migliorato le condizioni finanziarie. “Ottenere delle stime precise degli effetti di queste operazioni risulta molto complesso”. Nella situazione attuale dove la Yellen sta valutando la prossima mossa, le parole di Bernake risuonano quanto più attuali e vere anche per lei.

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